Sensei Bruno Maule

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Seminario Internazionale Sensei K.Tohei – Empoli 1978

bruno1Bruno Maule

nasce a Gambellara (VI) il 29 marzo 1947, inizia l’attività sportiva all’età di 12 anni con la ginnastica artistica, la Boxe, il Judo, il Karate e nel 1968 inizia la pratica delll’Aikido tradizionale.
Nel 1978 conosce il Maestro Koichi Tohei, capo istruttore degli allievi di O’Sensei Ueshiba; Bruno Maule rimane affascinato dall’Aikido del Maestro e decide di lasciare l’Aikido tradizionale per seguire la Scuola di Tohei, la Shin Shin Toitsu Ki Aikido.Sotto la guida del Maestro K. Yoshigasaki, inviato in Europa dal Maestro K. Tohei per la divulgazione del KI Aikido e responsabile della Associatione Internationale Ki No Kenkyukai, consegue il Grado di Cintura Nera 8° Dan e il massimo Grado di Okuden in KI Development (7°).
Nel 1979 collabora con altri praticanti alla nascita della Ki No Kenkyukai Italia, che lascierà nel 1990 per fondare una propria associazione per la divulgazione di quest’arte marziale mantenendo sempre una caratteristica di originalità che contraddistingue il suo modo di praticare e di insegnare: ”…bisogna
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Seminario Internazionale Sensei K.Tohei – Empoli 1978

ricercare l’origine della tecnica, il suo significato e provarne l’efficacia per arrivare ad eseguirla in maniera armoniosa senza contrasti fino a farla diventare poesia…”. Nasce così l’Associazione Atletica Ki Aikido Italia, di cui ne è tuttora Presidente , affiliandola allo C.S.E.N. (Centri Sportivi Educativi Nazionali), ente di promozione sportiva riconosciuta dal CONI e dal Ministero degli Interni, divenendo Responsabile Tecnico del settore Aikido per l’Italia. Questa scelta coincide con la nascita della Scuola di Aikido (SHIDOIN) che si articola in più corsi riservati per contenuti e per modalità di insegnamento alle diverse tipologie di praticanti: dai bambini agli adolescenti, dagli adulti principianti agli istruttori di Dojo, dagli appassionati di armi (spada, bastone e pugnale) e della difesa personale agli amanti della ginnastica della salute. Ogni corso è frutto di approfondite conoscenze consolidatesi nel tempo attraverso l’esperienza personale nel Dojo, non solo in Italia ma anche in Germania, Francia, Svizzera, Algeria, Austria dove il Maestro Bruno Maule tiene periodicamente seminari internazionali aperti anche ai praticanti di altre discipline. Esaminatore della Ki No Kenkyukai Association Internationale fondata dal Maestro K. Yoshigasaki nel 2000 e sempre sotto la sua guida costituisce in Italia la Scuola di Ken Ko Do. Un Maestro a 360° capace di relazionarsi con il bambino tanto quanto con l’adulto, capace di interpretare mentalità diverse e di trasmettere a tutti indifferentemente il suo sapere. Con la partecipazione di alcuni rappresentanti di Dojo (Marsiglia, Haigerloch, Balerna,… ) nel 2001 costituisce il Fondo di Solidarietà, per il finanziamento dei seminari di Aikido (www.aikidofondo.org), nell’intento di permettere ai praticanti di Aikido di partecipare ai seminari ad un costo sostenibile.
Per quanto riguarda la pratica dell’Aikido, il 7 Dicembre 2016 il Presidente Dott. Prof. Francesco Proietti ha nominato il M° Bruno Maule Referente Nazionale CSEN settore AIKIDO, il quale , coadiuvato dai suoi istruttori, sta preparando gli allievi all’appuntamento con il “1° Campionato Nazionale di Jo e di Bokken” (KUMI KATA e ENBU KAI), che si svolgeranno prossimamente dedicato a bambini/e e a ragazzi/e, un’iniziativa di nuovissima concezione (finora mai presa in considerazione) e che darà loro la possibilità di cimentarsi in una competizione individuale con l’uso del bastone (Jo) e della spada (Bokken) dove potranno dimostrare abilità di coordinazione dei movimenti, capacità di concentrazione, tecnica di esecuzione, ognuno in base alla propria personalità al proprio carattere e all’esperienza acquisita nel tempo di pratica. La competizione è associata all’iniziativa di raccolta fondi per scopi benefici, promossa per volontà dei bambini del Dojo Ronin di Novara.

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LA SPADA E LO SPIRITO DI IKKYO
La Vita del sangue e il Sangue della Vita La storia della spada e della scherma in Giappone è un esempio del dilemma del budo a cui l’Aikido riconduce: come può un’arte marziale essere uno strumento di pace? Da una parte la storia dei samurai è una storia di sangue, morte e crudeltà; dall’altra è quella di una mischia sanguinosa da cui sono emersi uomini fra i più illuminati e pacifici della storia del Giappone. La distruzione e il caos diedero vita ad una filosofia improntata alla comunione con i principi divini dell’universo  e dell’amore per i propri simili. Questa non è una contraddizione così grande come potrebbe apparire. Quale uomo può infatti più essere interessato a conoscere il vero valore della vita di chi conosce la realtà della morte? Chi altro può verosimilmente comprendere la miseria morale dei conflitti, degli spargimenti di sangue, del vizioso circolo della vendetta e della ritorsione, e delle lotte di potere che queste causano, di chi è direttamente coinvolto in tutto ciò? Certamente, sono esistiti uomini che hanno riflettuto sulla malvagità della guerra e riconoscono la sua futilità, ma spesso le loro idee non sono state informante ad una  reale conoscenza del problema. Essi non conoscevano direttamente il nemico; così, quando le loro teorie sono state messe alla prova, questi si è dimostrato in realtà più forte. In mezzo alla povertà spirituale della guerra, poi, troviamo alcune della ragioni più valide di giustificazione della pace. Questa consapevolezza della spirituale fu raggiunta a prezzo di grandi sofferenze e di un gran numero di vite umane. Molti di quelli che seguirono la via della spada rimasero coinvolti in conflitti e combattimenti mortali. Furono incapaci di liberarsi dal timore della morte e  delle ripercussioni che avrebbero avuto le loro azioni violente su se stessi. Nell’addestramento che li avrebbe trasformati in guerrieri e grandi spadaccini, tuttavia, esistevano concetti che avevano in sé la chiavi per condurli fuori dalle maglie della violenza. Per comprendere come tutto ciò avrebbe potuto realizzarsi occorre ricorrere al concetto  di yin e yang: ogni idea o azione comporta l’esistenza del suo opposto, e l’unione di tali opposti da la vita all’unità del tutto. L’esempio basilare di ciò è rappresentato dalla vita e  dalla  morte.  La vita e la morte appaiono come l’una l’opposto dell’altra, ma nessuna è completa senza l’altra.Ciò che vive deve morire; la morte è parte della vita. Un  mondo nel quale non esista morte è un mondo nel quale non esiste la vita; soltanto ciò che non vive non può morire. Lo spadaccino, appositamente addestrato per dare la morte, non uccideva per semplice gusto di uccidere. Lo faceva per difendere alcuni valori- la sua stessa vita, il suo onore, il suo signore, al sua gente, o tutte queste cose contemporaneamente. L’arte della spada era quindi dedicata al compimento di due idee opposte- la difesa e la distruzione della vita. Per raggiungere questi obbiettivi, lo spadaccino aveva sviluppato una consapevolezza che faceva che faceva da supporto ad un’altra contraddizione. Egli doveva finalizzare il suo impegno verso qual’ cosa di così grande che la sua stessa vita, a paragone , non aveva valore. Per dare la morte al nemico egli doveva essere pronto a sacrificarsi. E’ questo il principio di ai uchi, o della “reciproca distruzione”. Se un uomo raggiungeva tale stato mentale, questo così  grande livello di determinazione in cui la sua stessa morte diventava indifferente gli avrebbe paradossalmente fornito una più alta possibilità di vita. La consapevolezza contenuta in ai uchi porta a confrontarsi ad un livello in cui la forza e la debolezza non hanno più significato. La vita e la morte di ogni persona sono uguali, e sono gli unici elementi che entrano in gioco in tali circostanze. Dunque, se un guerriero accetta l’inevitabilità della propri morte, egli si libera dal suo timore. Così potrà procedere libero da dubbi e colmo di determinazione. La consapevolezza di ai uchi non può essere raggiunta attraverso il disprezzo del valore della vita. Al contrario è possibile acquisirla solo comprendendo il vero valore dell’esistenza. Nessuno può mettere in gioco la propria vita senza conoscerne il valori; “corteggiare” la morte senza apprezzare la vita ci farebbe assalire da rimpianti inconfessati e desideri che ci renderebbero preda del panico.

Bruno Maule con Sensei Yoshigasaki agli inizi degli anni ’80

D’altronde una persona non può volere realmente la morte dell’avversario senza conoscere il valore di ciò che desidera. L’indifferenza nei confronti della morte lo spadaccino la raggiunge superando l’attaccamento alla vita, e non ignorandone il dono prezioso.  In tal modo il guerriero, nel perseguimento della morte, è costretto ad avvicinarsi ai limiti della vita. Nella sua ricerca improntata alla salvaguardia della vita è costretto a raggiungere una quieta accettazione della morte. In tal accettazione egli acquisisce una più profonda serenità e determinazione che lo aiutano nel preservare l’esistenza, e parimenti, nel suo minor attaccamento alla vita, raggiunge una più elevata consapevolezza del suo significato. Questo era il concetto di ai uchi. Tuttavia, ai uchi è pur sempre una filosofia diretta verso la distruzione e la morte. Alcuni spadaccini erano in grado di trascendere le limitazioni di ai uchi e raggiungere una saggezza ed un equilibrio interiore ancora maggiori.  Uno di questi fu Harigaya Sekiun, un grande spadaccino che visse nel diciassettesimo secolo. Egli comprese che la forza e l’abilità, non importa quanto grandi, non potevano garantire la pace mentale e la salvezza fisica. E scrisse: “ quelli che valgono meno di me, li sconfiggerò. Coloro i quali possiedono una  maggior  abilità  mi sconfiggeranno. Se  il  mio  avversario  ad  io abbiamo le medesime capacità accadrà ai uchi. Ma questa è la più alta forma di ignoranza e di follia. Essa implica le stesse tattiche e la mentalità degli animali selvaggi, come tigri e lupi, che combattono per la sopravvivenza. Io ho rinunciato completamente a  questa via. Questa non è la via della spada, né a questa dovrebbe ispirarsi il comportamento degli uomini.” Così, mentre molti ritenevano ai uchi un mezzo per raggiungere l’illuminazione, Harigaya Sekiun no. Egli comprese che nessuno avrebbe volontariamente dato la propria vita, poiché l’istinto di sopravvivenza è una componente troppo profonda della natura umana. Sekiun ricorse alla storia della civiltà per sottolinearlo. Di fronte ad una situazione in cui fossero in gioco la vita o la morte un uomo avrebbe  sempre sperato di uscirne vincitore. Così Sekiun introdusse il concetto di ai nuke o della reciproca preservazione della vita. Per raggiungere ai nuke- sostenne- occorre entrare nel regno di mu, il vuoto eterno. E’ necessario arrivare alla comprensione del  principio universale che sottostà ad ogni esistenza e sforzarsi di andare verso un amore che abbracci tutte le vite. L’attaccamento alla propria esistenza e il forte desiderio di vittoria è un modo riduttivo di comprendere il valore della vita. Gli spadaccini che raggiungevano questo livello di illuminazione dovettero ingaggiare molti combattimenti e superare molte dure prove prima di raggiungere tale consapevolezza. Sekiun sostenne oltre cinquanta combattimenti: le dure esperienza di guerra insegnarono a lui e a tanti altri l’inutilità spirituale  del  combattimento.  Al  cospetto  della  morte scoprirono la bellezza della vita.  Impararono a satsu jin ken,  “ uccidere il nemico”, equivaleva ad un suicidio spirituale. Katsu jin ken, “ salvare la vita del nemico”, erano l’unica vera vittoria , l’unico mezzo per salvare l’integrità della propria vita. Questo concetto del budo, cioè il possesso di un amore così grande nei confronti di ogni esistenza che consente di arrivare ad amare il nemico e la forza spirituale per mettere in pratica tale amore è al fondo della filosofia dell’Aikido. La sua manifestazione fisica e pratica è il principio dell’Ikkyo.

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